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Mancanza di sicurezza in se stessi: perché succede e cosa significa davvero

Capita a moltissime persone di sentirsi insicure: prima di un colloquio di lavoro, in una relazione, di fronte a una decisione importante o anche solo guardandosi allo specchio. Quando questa sensazione diventa frequente, si parla spesso di "bassa autostima". Ma cosa significa davvero non sentirsi sicuri di sé, e perché per alcune persone questa sensazione è occasionale mentre per altre diventa una compagna costante?

 

In questo articolo proviamo a guardare il problema da una prospettiva psicologica più profonda, che va oltre i consigli generici tipo "pensa positivo" o "ama te stesso". Capire da dove nasce l'insicurezza è il primo passo per affrontarla davvero.


Cosa intendiamo quando parliamo di insicurezza

 

L'insicurezza non è semplicemente "non credere nelle proprie capacità". È un'esperienza più complessa, che spesso si manifesta in due modi diversi, anche se collegati tra loro.

 

Il primo modo riguarda il rapporto che una persona ha con se stessa, internamente. Alcune persone hanno una sorta di "voce interiore" molto severa, che giudica ogni azione, sottolinea ogni errore, minimizza ogni successo. Questa voce può essere così presente da diventare il filtro principale attraverso cui la persona si guarda. Il risultato è una sensazione costante di non essere mai abbastanza, indipendentemente da quello che si fa o si ottiene.

 

Il secondo modo riguarda invece il rapporto con gli altri. Alcune persone si sentono sicure di sé solo quando ricevono conferme esterne: un complimento, un'approvazione, uno sguardo positivo. In assenza di questi segnali, l'insicurezza emerge immediatamente. Non si tratta di vanità, ma di un bisogno più profondo: la propria immagine di sé dipende fortemente da come si pensa di essere visti dagli altri.

 

Spesso questi due aspetti coesistono. La voce interna severa e il bisogno di conferma esterna si alimentano a vicenda, creando un circolo difficile da interrompere con la sola forza di volontà.

 

Da dove viene questa "voce interna" critica

 

Quella che chiamiamo "voce interna critica" non nasce dal nulla. Nella maggior parte dei casi è il risultato di esperienze relazionali avvenute nell'infanzia o nell'adolescenza, in particolare nel rapporto con le figure di riferimento (genitori, insegnanti, figure autorevoli).

 

Quando un bambino cresce in un ambiente in cui l'amore, l'attenzione o l'approvazione sono percepiti come condizionati ai risultati ("ti voglio bene se ti comporti bene", "sono fiero di te solo se vai bene a scuola"), può sviluppare l'idea che il proprio valore personale dipenda dalle proprie performance. Questo schema, una volta interiorizzato, continua a funzionare anche da adulti, spesso senza che la persona se ne renda conto.

 

Non significa che ci sia sempre stata una colpa o un'intenzione negativa da parte dei genitori: spesso sono dinamiche involontarie, trasmesse a loro volta da generazioni precedenti. Ma l'effetto su chi le ha vissute può essere duraturo: una parte di sé diventa il "giudice", un'altra parte diventa l'"imputato", e questo dialogo interno si ripete continuamente, anche in situazioni che non lo giustificherebbero.

 

Perché dipendiamo dallo sguardo degli altri

 

L'altro aspetto, quello legato al bisogno di conferma esterna, ha una radice altrettanto antica e profonda. Da quando siamo piccoli, costruiamo l'idea di chi siamo anche attraverso lo sguardo di chi ci sta intorno. Il modo in cui veniamo guardati, ascoltati, presi sul serio (o no) contribuisce a formare l'immagine che abbiamo di noi stessi.

 

In condizioni "sufficientemente buone", questo processo porta a costruire una sicurezza di base che diventa via via più autonoma: con il tempo, la persona impara a fidarsi del proprio giudizio anche senza bisogno costante di conferme esterne.

 

Quando invece questo processo è stato disturbato, ad esempio da un'attenzione incostante, da aspettative molto elevate o da un ambiente in cui ci si sentiva visti solo in determinate condizioni, il bisogno di conferma esterna può rimanere molto forte anche in età adulta. La persona si sente "esistere" pienamente solo quando si sente vista, apprezzata, validata. In sua assenza, emergono dubbio, ansia e insicurezza.

 

Questo spiega perché molte persone con bassa autostima dicono di sentirsi bene "quando le cose vanno bene esternamente" (sul lavoro, in una relazione, socialmente) ma di crollare rapidamente in assenza di questi segnali, anche se nella loro vita "oggettivamente" non è cambiato nulla.

 

Perché i consigli superficiali spesso non funzionano

 

Frasi come "devi solo crederci di più" o "impara ad amarti" partono da un'idea giusta, ma spesso non toccano la radice del problema. Se l'insicurezza nasce da schemi relazionali profondi, costruiti nel tempo, è difficile che venga modificata solo da un cambiamento di atteggiamento consapevole.

 

Non è una questione di "volontà" o di "carattere debole". La persona insicura spesso sa perfettamente, a livello razionale, di avere qualità e risorse. Il problema è che questa consapevolezza non basta a modificare il modo in cui si sente, perché il meccanismo dell'insicurezza opera a un livello più profondo, spesso inconsapevole.

 

È un po' come conoscere a memoria le regole per stare a galla, ma continuare a sentirsi affondare ogni volta che si entra in acqua. La conoscenza razionale non sempre è sufficiente a modificare una reazione che si è strutturata nel tempo.

 

Cosa si può fare

 

Il primo passo utile è spesso quello di riconoscere questi meccanismi: notare quando entra in azione la "voce critica interna", osservare in quali situazioni emerge il bisogno di conferma esterna, e iniziare a chiedersi da dove possano venire questi schemi.

 

Questo lavoro di consapevolezza, da solo, non risolve il problema, ma è un primo passo importante. Permette di iniziare a guardare l'insicurezza non come un dato di fatto immutabile ("sono così e basta"), ma come il risultato di un percorso, che può essere compreso e, nel tempo, modificato.

 

Un percorso di psicoterapia può essere lo spazio in cui questo lavoro avviene in modo più approfondito: non semplicemente per "sentirsi meglio" nel breve termine, ma per comprendere le origini di questi schemi e costruire un rapporto diverso, più stabile, con se stessi, meno dipendente dal giudizio esterno e meno governato da una voce interna severa.

 

Conclusione finale

 

La mancanza di sicurezza in se stessi non è un difetto della personalità, né una questione di forza di volontà. È spesso il risultato di un modo di rapportarsi a se stessi e agli altri che si è formato nel tempo, a partire da esperienze relazionali significative. Comprendere questi meccanismi è il primo passo per iniziare a trasformarli.

 
 
 

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