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"Dottore, ma io il dolore lo sento sul serio!"

Il corpo che parla quando le parole non bastano

Marco ha 38 anni, un lavoro stabile, una famiglia. Da sei mesi va dal medico con un fastidio persistente alla gola - una sensazione di nodo, di qualcosa che non scende. Ha fatto gastroscopie, visite otorinolaringoiatriche, esami del sangue. Tutto nella norma. Eppure quella stretta è lì, ogni mattina, puntuale come un appuntamento che non ha fissato lui.

Il medico, alla fine, gli dice con gentilezza: "Non c'è nulla di organico. Forse è un po' di stress."

Marco torna a casa confuso, e forse anche un po' arrabbiato. Perché quella sensazione è reale. Lui la sente. Non se la sta inventando.

E ha ragione.


Il corpo non mente. Ma non dice sempre la verità nel modo in cui ci aspettiamo.

Quando parliamo di sintomi psicosomatici, il rischio più grande è quello di far sentire il paziente come se stesse recitando una parte, come se il suo dolore fosse di serie B - meno degno di attenzione perché non appare su una lastra o in un esame del sangue.

Niente di più sbagliato.

Il dolore psicosomatico è dolore vero. La nausea è nausea vera. Il bruciore, la tachicardia, la cefalea - tutto reale, tutto sentito, tutto sofferto. Quello che cambia non è l'intensità dell'esperienza, ma la sua origine.


Quando il corpo diventa una bocca

Il corpo, in certi momenti, si fa carico di dire qualcosa che la mente non riesce - o non può - mettere in parole.

Non si tratta di volontà. Nessuno sceglie consapevolmente di avere mal di schiena ogni domenica sera, o di svegliarsi con il cuore che batte forte senza motivo apparente. Accade. E accade perché qualcosa - un conflitto, una perdita, una tensione che non trova sfogo - trova nel corpo il suo unico canale di espressione disponibile.

Le zone del corpo che diventano sede del sintomo non sono casuali. Spesso sono zone che hanno una storia, un significato, una relazione con il modo in cui quella persona ha vissuto e vive. La gola, per esempio - zona dell'olofrase, dell'emissione vocale primaria, del primo grido e del primo nutrimento - può diventare il luogo dove si blocca tutto ciò che non si riesce a dire, a chiedere, a rifiutare. Ma può essere anche il petto, lo stomaco, la schiena: ogni corpo ha la sua geografia del non detto.


"Ma allora è colpa mia?"

Questa è spesso la prima reazione, e va affrontata subito: no.

Il fenomeno psicosomatico non è una colpa, non è debolezza, non è finzione. È una risposta - creativa, in un certo senso - di un organismo che cerca un equilibrio in condizioni difficili. È il modo in cui il sistema mente-corpo trova una via d'uscita quando le altre vie sembrano sbarrate.

Pensate a quante cose non diciamo ogni giorno. Quante emozioni mettiamo in pausa perché non è il momento, non è il luogo, non si può, non si deve. Il corpo, silenziosamente, tiene il conto.


Quando i medici hanno escluso tutto

Se vi siete riconosciuti in qualcosa di quello che avete letto fin qui - se anche voi avete girato studi medici con una cartella clinica piena di esami negativi, se anche voi avete sentito dire "lei è a posto, non c'è niente" mentre dentro qualcosa continuava a farsi sentire - allora forse vale la pena fare un passo diverso.

Non un passo indietro, come se il corpo avesse torto. Un passo di lato: verso uno spazio in cui quel dolore possa finalmente essere ascoltato per quello che è - un messaggio, non un errore.

Il lavoro con uno psicologo o uno psicoanalista non sostituisce la medicina. Ma può offrire qualcosa che la medicina, per sua natura, non può dare: la possibilità di capire cosa il corpo sta cercando di dire, e a chi lo sta dicendo.


Il dolore che chiede ascolto

Marco, alla fine, ha cominciato un percorso. Non subito, ci ha messo qualche mese a convincersi. Ma un giorno, quasi di passaggio, ha detto a voce alta una cosa che non aveva mai detto a nessuno. E il nodo alla gola, quella mattina, era un po' meno stretto.

Il corpo aspetta. A volte aspetta a lungo. Ma quando trova finalmente le parole giuste - o qualcuno disposto ad ascoltarle - comincia, lentamente, a non dover più parlare al posto suo.


 
 
 

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