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Aspettare che scelga me: il bisogno di essere preferiti in amore

Ci sono relazioni che si costruiscono interamente attorno a un'attesa. Non l'attesa di una telefonata, di un messaggio, di un weekend insieme, ma qualcosa di più profondo: l'attesa che l'altra persona, prima o poi, scelga di lasciare tutto il resto per restare solo con noi. Un giorno, forse. Quando le cose saranno diverse. Quando sarà il momento giusto.

Chi vive questa posizione, quella di essere la seconda scelta in una relazione, spesso si racconta la propria storia come un'attesa paziente, quasi eroica. Si convince che basti resistere abbastanza a lungo, essere abbastanza comprensivi, abbastanza presenti nei ritagli di tempo concessi, perché alla fine la scelta arrivi. E quando non arriva, la domanda che si affaccia quasi sempre è la stessa: cosa mi manca? Cosa ha l'altra persona, o l'altro legame, che io non ho?

È una domanda comprensibile, ma è anche una domanda che rischia di lasciare in ombra qualcosa di più importante: perché, di fronte a una scelta che non arriva mai, si continua comunque a restare.

Il bisogno di essere scelti

Restare in una posizione di attesa, accontentandosi di uno spazio parziale nella vita di un'altra persona, ha spesso a che fare con un'equazione silenziosa che si è costruita nel tempo: essere scelti equivale a valere qualcosa. Non essere scelti, di conseguenza, equivale a non essere abbastanza.

Questa equazione non nasce nella relazione presente. Di solito ha radici più lontane, in esperienze precedenti in cui l'affetto o l'attenzione di qualcuno di importante non erano scontati, ma andavano guadagnati, meritati, conquistati attraverso lo sforzo o l'adattamento ai bisogni altrui. Chi cresce imparando che l'amore va conquistato, da adulto tende a cercare proprio le situazioni in cui quella conquista è ancora possibile, anche quando il prezzo è restare in attesa indefinitamente.

In questo senso, l'attesa non è solo una sofferenza subita passivamente. È anche, senza che la persona ne sia consapevole, un modo per continuare a mettersi alla prova. Ogni giorno che passa senza una scelta definitiva diventa un'altra occasione per dimostrare, a se stessi prima ancora che all'altro, di valere l'attesa.

Perché restare in attesa può, paradossalmente, proteggere

C'è però un secondo livello, meno immediato da riconoscere, che riguarda non tanto il proprio valore quanto la natura stessa del desiderio.

Il desiderio, quello vero, si nutre spesso di distanza. Ciò che è già pienamente disponibile, senza ostacoli, senza incertezza, tende a perdere una parte della sua carica. Una relazione fatta di attesa, di tempo rubato, di incontri mai scontati, mantiene vivo qualcosa che una relazione piena e quotidiana potrebbe invece esporre a un rischio diverso: quello del confronto con la realtà.

Una relazione continuativa porta con sé richieste concrete. Bisogna gestire le abitudini dell'altro, i momenti di noia, i conflitti quotidiani, la sua presenza costante anche nei giorni in cui non si desidera nulla. È un terreno molto più esposto rispetto a quello dell'attesa, dove l'altra persona resta in parte un'idea, protetta dalla distanza da tutto ciò che potrebbe deluderla.

Restare in attesa, allora, può diventare anche un modo per non dover affrontare quel confronto. Finché la scelta non arriva, resta intatta la possibilità di immaginare che, se arrivasse, tutto sarebbe perfetto. È una protezione silenziosa, che ha un costo alto ma che, per chi la vive, può risultare più sopportabile della paura di un legame reale, con tutto ciò che un legame reale comporta.

Cosa succede all'identità quando l'attesa si prolunga

Quando questa posizione si protrae nel tempo, non riguarda più solo la relazione in questione. Comincia a riguardare il modo in cui la persona organizza la propria vita.

Le proprie scelte, i propri progetti, a volte persino le proprie giornate, finiscono per essere subordinati a una decisione che non dipende da sé. Si resta disponibili, si evitano altri legami che potrebbero distogliere dall'attesa, si rimandano scelte importanti in nome di un momento futuro che dovrebbe arrivare a chiarire tutto.

In questo modo, l'identità della persona rischia di restare sospesa, in attesa di un verdetto che qualcun altro dovrebbe pronunciare. Non sono io a decidere chi sono e cosa voglio, sembra dire questa posizione, ma è l'altro, attraverso la sua scelta, a doverlo confermare. È una delega enorme, spesso invisibile a chi la vive, perché travestita da amore paziente e da dedizione.

Nominare il meccanismo, un primo passo

Non esiste una formula che sciolga in poche righe una dinamica che si costruisce nel tempo e che affonda le radici in storie personali diverse per ciascuno. Quello che però può fare la differenza è iniziare a guardare la situazione con uno sguardo diverso, meno concentrato sulla domanda "perché non mi sceglie" e più orientato verso una domanda meno immediata ma più utile: cosa mi porta a restare, indipendentemente dalla risposta che l'altro darà.

Riconoscere che l'attesa non è solo qualcosa che si subisce, ma anche qualcosa che, in una parte di sé, si sceglie di mantenere, è già un primo spostamento. Non risolve la situazione, ma apre uno spazio: quello in cui la propria vita smette di dipendere interamente da una decisione altrui, e ricomincia, almeno in parte, a dipendere da sé.

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