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Bisogno di approvazione: quando l'autostima dipende dagli altri

C'è una differenza tra sentirsi felici quando qualcuno ci fa un complimento e avere bisogno di quel complimento per sentirsi a posto con se stessi. Nel primo caso il riconoscimento è un piacere. Nel secondo diventa una condizione: senza l'approvazione di qualcun altro, la sensazione di valere qualcosa vacilla o sparisce del tutto.

Molte persone vivono questa seconda condizione senza riconoscerla con chiarezza. Non si descrivono come insicure, anzi. Spesso danno l'impressione opposta: sicure di sé, performanti, capaci di attirare stima e ammirazione. Ma quella sicurezza regge solo finché arriva conferma dall'esterno. Appena manca, o peggio, appena arriva una critica, tutto l'equilibrio interno si incrina in modo sproporzionato rispetto al fatto in sé.

In questo articolo proviamo a capire questo meccanismo: come funziona, da dove nasce e perché è diverso dalla semplice insicurezza.

Un equilibrio che dipende da fuori

Ogni persona, in una certa misura, costruisce la propria immagine di sé anche attraverso lo sguardo altrui. Non è patologico avere bisogno degli altri per sentirsi confermati: è una parte normale della vita relazionale. Il problema comincia quando questo bisogno smette di essere una componente tra tante e diventa l'unica fonte stabile di valore personale.

Quando succede, il senso di sé perde una base propria e si appoggia quasi interamente su un giudizio che arriva da fuori: un capo che approva un lavoro, un partner che dimostra ammirazione, un gruppo di amici che riconosce un ruolo. Finché queste conferme arrivano, la persona si sente solida. Nel momento in cui mancano, o vengono messe in dubbio, la sensazione non è semplicemente di delusione. È qualcosa di più vicino a un crollo, come se l'intera struttura del proprio valore fosse improvvisamente in discussione.

Questo spiega perché certe persone, apparentemente sicure e realizzate, reagiscono in modo così intenso a una critica minima, a un mancato riconoscimento, a un complimento che non arriva quando ce lo si aspettava.

Quando la sicurezza diventa una difesa

C'è un secondo livello di questo meccanismo, più sottile. Alcune persone non si limitano a cercare conferme: costruiscono attivamente un'immagine di sé forte, capace, superiore alla media, come argine contro un vissuto interno di fragilità che altrimenti sarebbe difficile da tollerare.

In questi casi la sicurezza che si mostra agli altri non nasce da un rapporto stabile con se stessi, ma funziona come una specie di corazza. Sotto quella corazza spesso convive un vissuto molto diverso: il dubbio costante di non essere davvero all'altezza, la paura di essere scoperti come meno capaci di quanto si mostra, un bisogno quasi fisico di primeggiare o essere notati per tenere a bada quel dubbio.

Questo non significa che chi vive questa dinamica sia calcolatore o poco autentico. Il meccanismo è in gran parte automatico e nasce da esperienze precedenti in cui il valore personale è stato messo troppo spesso in discussione, o al contrario riconosciuto solo in presenza di risultati, prestazioni, comportamenti eccezionali. Se da bambini si è imparato che si viene notati e amati solo quando si eccelle, da adulti diventa quasi impossibile sentirsi a posto senza continuare a eccellere, o quantomeno a mostrarlo.

Due modi diversi di cercare conferma

Questo bisogno di riconoscimento può manifestarsi in modi molto diversi tra loro.

C'è una forma più visibile: la ricerca attiva di attenzione, di ammirazione, di un ruolo di rilievo. Sono le persone che hanno bisogno di essere al centro, di essere citate, di ricevere credito pubblico per ciò che fanno. Quando questo non accade si sentono trascurate o sminuite, anche se nessuno aveva intenzione di sminuirle.

C'è poi una forma più nascosta, meno riconoscibile ma altrettanto diffusa: il bisogno non riguarda il pubblico in generale, ma una o poche persone specifiche, il cui giudizio conta più di ogni altro. Un genitore, un partner, un mentore. In questi casi la persona può apparire persino modesta o poco esposta, ma dentro la relazione con quella figura specifica il bisogno di approvazione è totalizzante, e ogni segnale di distanza o disapprovazione da parte sua viene vissuto come una minaccia diretta al proprio valore.

Entrambe le forme condividono la stessa radice: un senso di sé che non ha ancora trovato una misura propria, indipendente dal giudizio di chi guarda.

Il costo di questo equilibrio

Vivere in funzione della conferma altrui ha un prezzo, anche quando dall'esterno tutto sembra funzionare.

Le relazioni tendono a caricarsi di un compito che non dovrebbero avere: garantire stabilità a chi le vive. Questo può portare a scegliere partner, amicizie o contesti di lavoro non in base a ciò che offrono realmente, ma in base a quanta conferma sono disposti a dare. Può anche portare a una fatica costante, quella di dover sempre performare, essere all'altezza, non deludere, perché il rischio percepito non è "fare un errore" ma "perdere il proprio valore agli occhi di qualcuno".

C'è inoltre una forma di solitudine paradossale in tutto questo. Chi dipende fortemente dal riconoscimento altrui spesso non riesce a godersi davvero i momenti in cui quel riconoscimento arriva, perché il sollievo dura poco e il bisogno si ripresenta quasi subito, spingendo verso la ricerca della conferma successiva.

Riconoscere questo meccanismo in se stessi

Non si tratta di un difetto di carattere né di qualcosa da correggere con la forza di volontà. È un modo che la mente ha trovato, in un certo momento della vita, per gestire un senso di valore che altrimenti sarebbe stato troppo instabile da reggere da solo. Capire che dietro un forte bisogno di approvazione, o dietro un'immagine di sé molto sicura ma fragile sotto la superficie, c'è spesso proprio questo tipo di storia, è già un primo passo per guardare la questione con più chiarezza e meno giudizio verso se stessi.

 
 

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