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Perché "segui i tuoi sogni" è un cattivo consiglio (e cosa dice davvero L'Alchimista)

7 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

L'Alchimista letto al contrario: il desiderio non è una bussola, è un sintomo

"Quando desideri una cosa, tutto l'universo cospira affinché tu riesca a realizzarla." La frase è ovunque: tatuaggi, bio di Instagram, post che promettono di cambiarti la vita in tre secondi di scroll. Ha anche un problema: è quasi certamente la lettura più povera che si possa dare del romanzo di Paulo Coelho.

Non è falsa in senso letterale: è narrativa, non un trattato di metafisica. È comoda. Presuppone che il desiderio sia già scritto da qualche parte, come una mappa che aspetta solo di essere decifrata. Il soggetto non deve costruire niente: deve solo indovinare quello che esiste già, aspettando il segno giusto.

In studio questa fantasia ha un nome, e non è vocazione. È la richiesta di essere sollevati dalla responsabilità di desiderare. Chi arriva dicendo "non so qual è la mia strada" raramente ha un problema di informazione su di sé. Ha, più spesso, un problema di autorizzazione: preferisce non sapere piuttosto che sapere e doverne rispondere. Un destino già segnato sulla mappa toglie di mezzo l'atto. Resta solo da eseguire un'istruzione.

Il romanzo letto con più attenzione racconta altro. Santiago non trova il tesoro seguendo un presagio lineare da un punto A a un punto B. Lo trova dopo aver perso tutto ciò che credeva di sapere: vende il gregge, viene derubato al mercato di Tangeri, finisce a fare il commesso in un negozio di cristalli per sopravvivere, attraversa il deserto, incontra l'Alchimista, rinuncia, per un tempo, a Fatima per continuare un cammino che nessun segno gli garantisce davvero.

I segni non lo guidano a colpo sicuro. Il loro senso si costituisce dopo, quando il cammino è già stato fatto. È una struttura che conosciamo bene, in clinica: il desiderio non precede l'esperienza come una bussola che indica la rotta fin dall'inizio. Si riconosce a ritroso, ricostruendo un senso che prima non c'era in quella forma. Non si insegue un destino preesistente. Lo si produce camminando, e solo alla fine si può chiamare così.

C'è un dettaglio del romanzo su cui quasi nessuno si sofferma: l'Alchimista non consegna mai il tesoro a Santiago. Non risponde, non anticipa la meta, non gli risparmia il rischio. Parla per enigmi, lo mette alla prova, e proprio per questo Santiago gli attribuisce un sapere che l'Alchimista, con ogni probabilità, non possiede in quella forma compiuta. Non è lui ad avere il tesoro. È Santiago a supporlo in lui.

È la stessa struttura che Lacan isola nel Seminario VIII, Il transfert (1960-61), leggendo il discorso di Alcibiade nel Simposio. Alcibiade vuole subordinare Socrate all'oggetto del proprio desiderio, l'agalma. Lacan è netto: Socrate non è altro che l'involucro in cui quell'oggetto si trova. Non è Socrate a possedere il tesoro che gli viene attribuito. È il desiderio di Alcibiade a collocarvelo: a fare di lui il contenitore di qualcosa che lui stesso, dichiarandosi ignorante per tutta la vita, non rivendica mai come proprio.

Il rischio, in analisi come nel romanzo, non è che il terapeuta manchi di sapere. È strutturale che manchi. Il rischio è che, investito da quella supposizione, cominci a comportarsi come se il sapere lo possedesse davvero: che risponda dove dovrebbe restituire la domanda, che orienti dove dovrebbe lasciare che sia l'altro a trovare la direzione. L'Alchimista non ci cade. Indica il deserto, non la X sulla mappa.

Fatima è il punto in cui Santiago rischia di scambiare l'oggetto che chiuderebbe il desiderio, restare, sposarla, fermarsi, con la causa che lo muove. Il romanzo non lascia che lo scambio avvenga. È lei a dirgli di partire, rifiutando di offrirsi come punto d'arrivo. Non è un ostacolo e non è un premio di consolazione messo lì per addolcire la trama. È la prova che il desiderio, per restare desiderio, ha bisogno di non essere mai del tutto saturato da un oggetto, nemmeno da uno amato.

Alla fine Santiago trova il tesoro dove tutto era cominciato. La lettura da poster si ferma qui, soddisfatta: era già a casa tua, bastava guardare. Ma la casa a cui torna non è la stessa che aveva lasciato, perché lui non è più lo stesso. Il tesoro non era lì ad aspettare, invisibile per distrazione. È diventato tesoro perché nel frattempo Santiago ha attraversato tutto il resto: la perdita, l'inganno, il deserto, un uomo a cui ha supposto un sapere che lo ha spinto ad andare avanti.

Non è una bussola che punta a una meta già scritta. È più vicino a un sintomo: qualcosa che non si decifra prima del percorso, ma si costruisce insieme ad esso, e comincia a fare senso solo dopo che è già stato attraversato.

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